L’albero di ipazia

Scritto da

Simona Barba

con

Maria Paola Lanzillotti

Ideazione e regia

Maria paola Lanzillotti

Comunicazione integrata

Leonardo Dooderman

Produzione

Kairòs Ensemble

Utilizzo il teatro come una sonda che scava nell’animo umano cercando una armonia tra il bene e il male, che teoricamente non sarebbero in conflitto, lo diventano nella vita (e questo forse è necessario). Si crea cosi una collisione che genera energia amplificando le risposte emotive.

Questo accade nell’Albero di Ipazia.

Partendo dalla vita di Ipazia vissuta nel V secolo d.C. ad Alessandria d’Egitto, filosofa, astronoma, “madre” della scienza sperimentale, erede della scuola alessandrina, la più importante comunità scientifica della storia dove avevano studiato Archimede, Ipparco, Tolomeo, Euclide – tutti geni che avevano gettato le fondamenta del sapere scientifico universale- L’Albero di Ipazia porta in scena una donna che dal mito dell’astronoma alessandrina, trae la propria energia.

Attraverso l’immagine evocativa di un albero che eleva il suo spirito verso l’infinito che rende liberi, la nostra scienziata, trova nella bellezza della scienza che l’ha accolta, nutrita e plasmata, la sua ragione di vita. Ma la sete di potere, la stessa che ha portato Ipazia d’Alessandria ad essere martirizzata da chi ne temeva la sapienza, scarnifica l’anima e porterà l’ inconsapevole eroina a rifiutare la manipolazione, la smodata e biasimevole avidità, scegliendo una nuova idea di giustizia.

Forte la dicotomia, tra bene e male, vissuta dalla protagonista, che svelerà una coscienza imbrigliata nel passato ma consapevolmente tesa a un nuovo e disperato futuro.

In un’atmosfera dove il silenzio diventa metafora di una rassegnata consapevolezza – acqua che scorre, tacchi che stridono, bicchieri che si frantumano, fiammiferi che sfregano – il gioco danzante della nostra Ipazia svela vizi e virtù dell’umanità che la circonda.

Impavida ai nostri occhi si mostra in tutta la sua tenera e attraente personalità, fatta di grotteschi giochi seduttivi e amabili fragilità, pronta ad operare il cambiamento che la porteranno alla sua definitiva e struggente rinascita.

Impervio è il percorso, ma amo tenere sempre a mente che non è possibile dare per scontato ciò che avverrà e che l’esperienza teatrale è viva, condivisa e potenzialmente deflagrante.

Il teatro è un luogo di rischio.

Il carattere attivo di tutti i soggetti coinvolti, attore e pubblico, sono toccati da processi di rivoluzione e crescita ma anche e soprattutto sono generatori di cambiamento. E sono proprio i cambiamenti a fungere da detonatore sollecitando e pungolando la mia curiosità. Per questo mi piacciono le figure di donne (e uomini) che hanno cambiato pensieri e realtà, creando frizioni, contrasti, ma proprio per questo estremamente interessanti.

La vita della filosofa Ipazia rappresenta una potente tensione generata dal suo pensiero estremamente libero e universale, in netto contrasto con il periodo storico da lei vissuto.

Il teatro non avviene sul palco ma in quello spazio di mezzo, di relazione e interazione, che c’è tra la scena e il pubblico, permettendo a questi due soggetti di modificarsi vicendevolmente.
È una sollecitazione a due direzioni.

I miei personaggi considerano lo spettatore in un ottica di stimolo che facciano avanzare entrambi verso sfide nuove, alzando, millimetro per millimetro, la soglia di ciò che è possibile fare e guardare. Si genera cosi un fenomeno sismico in cui potersi perdere e reinventare, dove l’artista assorbe energie diverse influenzando in modo sostanziale la creazione.

Maria Paola Lanzillotti

L’albero di ipazia

Scritto da

Simona Barba

con

Maria Paola Lanzillotti

Ideazione e regia

Maria paola Lanzillotti

Comunicazione integrata

Leonardo Dooderman

Produzione

Kairòs Ensemble

Utilizzo il teatro come una sonda che scava nell’animo umano cercando una armonia tra il bene e il male, che teoricamente non sarebbero in conflitto, lo diventano nella vita (e questo forse è necessario). Si crea cosi una collisione che genera energia amplificando le risposte emotive.

Questo accade nell’Albero di Ipazia.

Partendo dalla vita di Ipazia vissuta nel V secolo d.C. ad Alessandria d’Egitto, filosofa, astronoma, “madre” della scienza sperimentale, erede della scuola alessandrina, la più importante comunità scientifica della storia dove avevano studiato Archimede, Ipparco, Tolomeo, Euclide – tutti geni che avevano gettato le fondamenta del sapere scientifico universale- L’Albero di Ipazia porta in scena una donna che dal mito dell’astronoma alessandrina, trae la propria energia.

Attraverso l’immagine evocativa di un albero che eleva il suo spirito verso l’infinito che rende liberi, la nostra scienziata, trova nella bellezza della scienza che l’ha accolta, nutrita e plasmata, la sua ragione di vita. Ma la sete di potere, la stessa che ha portato Ipazia d’Alessandria ad essere martirizzata da chi ne temeva la sapienza, scarnifica l’anima e porterà l’ inconsapevole eroina a rifiutare la manipolazione, la smodata e biasimevole avidità, scegliendo una nuova idea di giustizia.

Forte la dicotomia, tra bene e male, vissuta dalla protagonista, che svelerà una coscienza imbrigliata nel passato ma consapevolmente tesa a un nuovo e disperato futuro.

In un’atmosfera dove il silenzio diventa metafora di una rassegnata consapevolezza – acqua che scorre, tacchi che stridono, bicchieri che si frantumano, fiammiferi che sfregano – il gioco danzante della nostra Ipazia svela vizi e virtù dell’umanità che la circonda.

Impavida ai nostri occhi si mostra in tutta la sua tenera e attraente personalità, fatta di grotteschi giochi seduttivi e amabili fragilità, pronta ad operare il cambiamento che la porteranno alla sua definitiva e struggente rinascita.

Impervio è il percorso, ma amo tenere sempre a mente che non è possibile dare per scontato ciò che avverrà e che l’esperienza teatrale è viva, condivisa e potenzialmente deflagrante.

Il teatro è un luogo di rischio.

Il carattere attivo di tutti i soggetti coinvolti, attore e pubblico, sono toccati da processi di rivoluzione e crescita ma anche e soprattutto sono generatori di cambiamento. E sono proprio i cambiamenti a fungere da detonatore sollecitando e pungolando la mia curiosità. Per questo mi piacciono le figure di donne (e uomini) che hanno cambiato pensieri e realtà, creando frizioni, contrasti, ma proprio per questo estremamente interessanti.

La vita della filosofa Ipazia rappresenta una potente tensione generata dal suo pensiero estremamente libero e universale, in netto contrasto con il periodo storico da lei vissuto.

Il teatro non avviene sul palco ma in quello spazio di mezzo, di relazione e interazione, che c’è tra la scena e il pubblico, permettendo a questi due soggetti di modificarsi vicendevolmente.
È una sollecitazione a due direzioni.

I miei personaggi considerano lo spettatore in un ottica di stimolo che facciano avanzare entrambi verso sfide nuove, alzando, millimetro per millimetro, la soglia di ciò che è possibile fare e guardare. Si genera cosi un fenomeno sismico in cui potersi perdere e reinventare, dove l’artista assorbe energie diverse influenzando in modo sostanziale la creazione.

Maria Paola Lanzillotti

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